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Angela De Biase

Con le mie opere, desidero raccontare il vuoto, la possibilità che abbiamo di guardare attraverso le forme, a volte penetrarle, e individuare una quarta dimensione spaziale riferendomi a immagini: umane, animali, oggetti, vegetali.

La mia ricerca:

lavoro con molti materiali diversi, anche di recupero, tessendo e a volte dipingendo le texture che vengono a determinarsi con tali commistioni di materiali diversi.

Con le mie opere, desidero raccontare il vuoto, la possibilità che abbiamo di guardare attraverso le forme, a volte penetrarle, e individuare una quarta dimensione spaziale riferendomi a immagini: umane, animali, oggetti, vegetali.

Cerco le trasparenze, ricavate dal nylon intrecciato, attraversato dall’aria e che, come le spugne marine assorbono il nutrimento dall’attraversamento dell’acqua, nelle mie sculture/pitture assorbono questa forza  dall’aria. 

Altro punto che scuote la mia ricerca è la determinazione delle ombre che, a differenza degli organismi che le determinano, se riflesse su superfici neutre, si riempiono di una sostanza grigia, sempre in movimento, si animano, scompaiono e rinascono come la vita che sembra vivificarle.

Spesso uso tessiture, i luoghi della tessitura, proprio perché si trovavano accanto al focolare, che non ho, ed erano anche i luoghi della narrazione, del tramandare le storie dei miti, delle fiabe e di conseguenza erano i luoghi dell’immaginazione, o perlomeno di ciò che l’alimentava. Si può spaziare molto lontano con la mente mentre si ricama o si ascoltano storie… si entra in un infinito mondo interiore che è vasto tanto quanto quello esterno. Ecco, lavorando con il filo, dentro una sorta di vuoto di silenzio, mi sono resa conto che questo grande vuoto è uno stato mentale molto fertile per la creazione, e di conseguenza, mi è diventato indispensabile.

Il mio lavoro è una continua attenzione per recepire, cogliere, selezionare, individuare ogni possibile traccia del vissuto che contenga in sé un potenziale di mobilità. Studio le trasparenze, mi interessano il vuoto, pari al nostro stato di individui quasi svuotati del tutto della propria identità. Siamo tutti uguali e allo stesso tempo irriconoscibili anche a noi stessi.  

Anche la più piccola particella di materia che entra nel mio lavoro, ci entra perché aveva in sé qualcosa che la predisponeva a questa “appartenenza”, al movimento, a parteciparvi. 

Il mio fare consiste nel manipolare il materiale con le mani. La manipolazione risponde alle indicazioni che stanno dentro ai materiali. Il progetto dell’opera è per me una continua interrogazione con il desiderio dell’opera.

 Chiedo nello stesso momento in cui mi sto rispondendo. 

Sento l’arte come un movimento che ho bisogno di avere, incessante e sempre vivo, gratificante. Le varie singole scelte, ciascun atto, le più minute selezioni, i diversi materiali, non possono non essere sostenute che da una tensione positiva. Certo, mi interessa assai il risultato finale, ma per arrivare al mio risultato ‘speciale’ è anche importante il processo.

 Il progetto è nel processo. C’è un punto in cui l’opera mi si dà, mi è uscita dalle “mani “, è là, e io posso riconoscerla come fatta e nata. Né propriamente si può dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro; forse sarebbe meglio dire che i tempi sono: il presente del passato; il presente del presente; il presente del futuro. Ed essi sono nell’anima; altrove non li vedo. Il presente del passato è la memoria, il presente del presente è l’intuito; il presente del futuro è l’attesa.    

Angela De Biase